I volontari sono il cuore della Maison des Enfants. Fin dalla sua costituzione, persone di ogni età e di diversa provenienza ci hanno sostenuto regalandoci il loro tempo e la loro passione.

Se vuoi fare in prima persona questa esperienza e vuoi maggiori informazioni puoi compilare il questionario in fondo alla pagina “Diventa Volontario”, contattare direttamente Marco al numero 3313695569, oppure scrivere all’indirizzo mail infolamaisondesenfants@gmail.com

Lucia Antonella

“Appena ho messo piede sul suolo italiano (letteralmente all’aeroporto di Fiumicino), il mio corpo ha deciso di crollare in mille pezzi. Ora, mi sono data due possibili spiegazioni: la prima che sia stata una forma di protezione (immaginate la catastrofe con vomito e diarrea in volo sull’aereo), la seconda una forma di ribellione. Il corpo che deva voce al pensiero che “No, in Italia non ci voglio proprio tornare”. Raccontare perché non è semplice – la profondità e l’intensità dell’esperienza non credo possa essere trasmessa a parole – ma proverò a dare qualche impressione per chi lì non c’è ancora stato (e vi auguro fortemente di poter porre rimedio a ciò il prima possibile).

Quello che Valeria e Marco hanno messo in piedi ha dell’incredibile, ma ancor più incredibile è la naturalezza, la forza, l’energia e l’amore che mettono in ciò che fanno. Come se non esistesse un’altra strada percorribile, come se la cosa giusta da fare fosse una e una soltanto. E forse è proprio questo sentire che, ad un certo punto, ci unisce tutti e ci fa sentire parte della stessa unica grande famiglia: quando arrivi al centro, l’incontro e la scoperta (graduale, molto graduale) dei bambini talibé è talmente impattante che le prospettive si ribaltano tutte. I bambini talibé hanno questo potere: ti stravolgono ogni singola cellula del tuo corpo, ti annientano, poi ti risollevano e l’attimo dopo ti annientano ancora. Il tutto nel giro di pochi minuti. Come spiegare a chi non è stato lì gli sguardi sfuggenti e minacciosi di alcuni bambini, la vergogna di altri nel sorridere timidamente ad un semplice – ma sentito come eccezionale, perché per loro lo è, eccezionale – gesto di affetto ricevuto, la diffidenza dei più e la fiducia che, se accordata, è un atto di amore estremo? Come spiegare il dolore e la sofferenza nei loro occhi e nei nostri cuori vedendoli entrare in corpi da bambini ma con pensieri e preoccupazioni da adulti, trasportando sacchi di ferraglia più grossi e pesanti di loro e le ciotole per l’elemosina che per qualche ora ci affidano mentre per la prima volta nella giornata possono abbassare la guardia per un po’ perché, finalmente, qualcuno si prende cura di loro? Come spiegare che, nonostante non abbiano un’infanzia, ci sono dei bambini di una gentilezza e gratitudine tali che vogliono ricambiare ciò che facciamo per loro e si fermano ad aiutarci a pulire o a rimettere in ordine la stanza giochi e che, in questi momenti, il cuore si scioglie in mille pezzettini e tu vorresti solamente dir loro “ma, tesoro, fermati, è un tuo diritto che qualcuno si prenda cura di te, non devi ringraziarmi. Vorrei darti il mondo intero, ma questo è il massimo che riusciamo a fare”. Come spiegare ad una persona che si fa la doccia ogni giorno cosa significhi per uno dei nostri bambini avere la possibilità di lavarsi al centro, di cambiarsi i vestiti? Come si può spiegare quella precisa felicità, quel sorriso a 32 denti che compare sui loro visi dopo aver spalmato la crema profumata sul corpo? Quella felicità no, non te l’aspettavi, perché non c’avevi mai pensato prima. Ma per loro niente è scontato: né una doccia, né un pasto, né una carezza, né un gioco, né qualsiasi tipo di cura primaria o affettiva/emotiva.

Io non so spiegarle tutte queste cose onestamente, non ne ho la capacità. Le ho vissute e le ho viste riflesse negli occhi dei miei compagni e compagne volontari, delle persone che lavorano al centro che mi hanno accolto con amore incondizionato: di quella che è stata la mia famiglia per un mese e senza la quale nulla sarebbe stato possibile. E una volta che le hai vissute non le puoi chiudere in una valigia: fanno parte di te, ora e sempre.

Ringrazio la Maison des Enfants, ovvero Marco e Valeria, per avermi dato quest’opportunità e, soprattutto, per quello che la Maison fa per i bambini sul territorio ogni giorno. Un lavoro che non ha eguali e che è estremamente necessario, che non può assolutamente non esserci. “Tutti abbiamo bisogno di qualcuno che ci guardi”, scrive Kundera, e di solito, più o meno sfortunati che siamo, almeno una persona che ci guardi ce l’abbiamo tutti. Ecco: i bambini, fosse anche una sola persona, loro non ce l’hanno. E il centro fa questo: offre loro la possibilità di essere visti, considerati, accuditi e voluti bene per qualche ora al giorno. E a me sembra una cosa a cui né loro né noi, in quanti esseri umani, possiamo rinunciare.

A très bientôt Malikounda”

Delia Barchi

“Descrivere meglio di come ha già fatto Lucia nel suo post quelli che dovevano essere venticinque giorni, diventati poi trentasei perché la voglia di lasciare il centro era inesistente (ed in realtà lo è tuttora), è difficile se non impossibile…

La valanga di emozioni che ogni giorno ti prendono a pugni, ti accarezzano, ti pugnalano e poi ti abbracciano, dal primo “bonjour, ça va?” pronunciato alle sette del mattino con un sorriso ancora assonnato all’ultimo “ba suba” (a domani) seguito da una stretta di mano.

L’energia emanata dalle centinaia di occhi neri, assoluti e sinceri, che nonostante tutto brillano.

Riuscire a conquistare la fiducia di quel bambino un po’ più diffidente, che si scansa quando alzi la mano per fargli una carezza. Sentirsi chiamare per nome camminando in strada e trovarsi davanti un gruppetto di facce contente di vederti, perché sanno che quel sorriso che loro hanno stampato in viso sarà ricambiato. Vedere la paura negli occhi di chi ti guarda in cerca di aiuto, e morire dentro perché più di così non puoi fare. Vederli farsi kilometri a piedi sotto il sole cocente e sotto il diluvio con in spalla sacchi di ferraglie più pesanti di loro, lasciati poi alla porta per qualche ora come mille pensieri e preoccupazioni. Non riuscire a comunicare nella stessa lingua, ma fare lunghi discorsi solo con sguardi e gesti.

Oltre che grazie non so cosa dire.

Grazie in primis a Marco e Valeria per ciò che hanno costruito e stanno costruendo, per avermi concesso di entrare in questo mondo, e per l’instancabile voglia di donare un po’ di pace ai bambini. Grazie a chi ha condiviso con me questa esperienza, che probabilmente non sarebbe stata completa senza tutto ciò che ogni persona che ho conosciuto mi ha regalato. Infine grazie al Senegal, che mi ha arricchita molto più di quanto qualsiasi altro posto sia mai stato in grado di fare.

Beatrice Marinelli

“Sono andata alla ricerca della felicità e non c’è luogo più adatto dove trovarla. Il Senegal mi ha accolto per due mesi facendomi sempre sentire a casa, qui ho trovato gran parte di me e di quello che voglio essere. Da loro che nulla possiedono, ho veramente imparato il significato di avere tutto. Auguro a ognuno di voi di realizzare tutti i vostri sogni, di trovare serenità, di ricevere amore ma soprattutto vi auguro di essere trattati come esseri umani. Lascio pezzettini di cuore in ognuno di voi, il mio non sarà mai un addio, un amore così grande non potrà mai finire. Vostra Bea.”

Caterina Pallone

“È difficile trovare delle parole che possano rendere giustizia a queste immagini. Sono tornata dopo essere stata un mese e mezzo alla Maison Des Enfants e non smetterò mai di ringraziarli per avermi dato la possibilità di conoscere tutto questo. Ho potuto vivere a 360 gradi sia l’organizzazione del centro per poter accogliere al meglio i bimbi, sia tutto il lavoro immenso che c’è dietro per riuscire ad essere presenti in tutto ciò che fa parte di loro esternamente alla Maison des Enfants. Sono entrata in questo mondo in punta di piedi e con tanta paura di non essere all’altezza, ma è bastato davvero poco per sentirmi travolta da un vortice dal quale non riesci e non vuoi uscire. Tutto si è evoluto in modo naturale. Ogni mattina presto arrivano al centro centinaia di bambini con la voglia di sentirsi tali, di sentirsi accolti e spensierati per qualche ora della loro giornata. Una giornata fatta di lunghe camminate, di studio, di elemosina per racimolare qualche Cfa e qualcosa da mangiare, di tanta fatica ma sicuramente piena di molta forza. Ho imparato giorno dopo giorno a conoscerli, a capire che ci sarà sempre qualcuno che ti osserverà da lontano con faccia sospetta, che ci saranno invece quelli che ti regaleranno sorrisi, che ci saranno quelli che inizieranno a chiamarti per nome e cercarti per giocare, quelli a cui riesci a strappare un abbraccio e quelli ancora che ti affidano ciò che hanno raccolto nella mattina perché si fidano di te. Nonostante non abbiano niente e abbiano gli occhi pieni di cose che un bambino della loro età non dovrebbe vedere, riescono a regalare dei sorrisi unici. È grazie a questi sorrisi che trovi la forza per metter da parte tutti i momenti difficili che inevitabilmente ti trovi a vivere. Il pensiero che molti di loro non conoscano nemmeno come possa essere una vita alternativa mi ha molte volte buttata giù, ma tante altre spronata a essere ancora più presente. Sono partita con l’obiettivo di donare ad ognuno di loro qualcosa di grande, ma penso che nulla sia paragonabile a quello che hanno lasciato a me. Non ero pronta a tornare e il distacco da tutto questo è stato ed è tutt’ora molto forte. Auguro a chiunque ne abbia la possibilità di vivere anche solo per poco quello che ho vissuto io li. Grazie a Marco e Valeria che da anni rendono possibile tutto ciò, grazie a quei fantastici nanetti (neanche troppo in effetti), grazie alle persone che vivono e lavorano lì che mi hanno accolta con amore da subito. Un ringraziamento speciale va ai miei compagni di viaggio senza i quali tutto questo non sarebbe stato lo stesso e con i quali mi sono sentita a casa. Sicuramente ci rivedremo, spero il più presto possibile.”

Camilla Firpo

“Sono appena tornata da un’esperienza di oltre un mese come volontaria presso la Maison des Enfants. All’inizio, prima di arrivare, avevo paura di non riuscire ad essere all’altezza di stare lì e di non riuscire a comportarmi nella maniera più adatta con i bimbi, ma poi tutto é venuto da sé. Tutti i giorni ti trovi circondata dai bimbi più belli del mondo, che con un sorriso ti riempiono il cuore, con i quali è necessario capire come rapportarsi per far sì che i gesti e le intenzioni siano accettati e considerati nel modo giusto. Non riuscivo a smettere di far loro carezze sulle guance, avere quei 2 secondi di contatto mi rendeva davvero felice, rispettando sempre chi poteva gradire e chi invece se ne sarebbe risentito. Sono bambini che non hanno davvero nulla, alcuni li vedi arrivare sempre sorridenti, altri rispondono al tuo sorriso, altri ancora se gli sorridi non ti ricambiano, sono tutti diversi e unici. Nonostante alla Maison la routine sia svegliarsi tutti i giorni alle 6 a me non è mai pesato, perché per me era fondamentale aiutare questi bimbi permettendo loro di avere uno spazio in cui essere bambini al 100% . Questo era l’unico pensiero che mi ha accompagnata lungo tutto il percorso. Ho dovuto affrontare anche momenti di sconforto perché interfacciarsi con una realtà completamente diversa dalla nostra e vedere cose che non avresti mai pensato fossero possibili è stato difficile. Avrei voluto stare di più, i bambini cominciavano a chiamarmi per nome, a cercarmi, a riconoscermi e ad affidarmi il contenitore dove tenevano l’elemosina dimostrandomi quindi di aver fiducia in me. Infatti l’ultimo giorno con i bimbi è stato molto impegnativo perché separarmi dopo un mese da loro mi ha veramente devastata, per ogni bimbo che guardavo mi si riempivano gli occhi di lacrime ma cercavo però di trattenermi perché non volevo farmi vedere da loro così, ma è stato tanto dura soffocare le mie emozioni. Quando mi chiedono: “É un’esperienza che rifarai? É un’esperienza che consigli? Io rispondo senza alcun dubbio: “Assolutamente sì! “. Se avrete la possibilità e il tempo vi consiglio di fare questa esperienza, lascerà a voi più di quanto avrete dato….”

Alessandro Bettazzi

“Sono stato ospite de La Maison Des Enfants, Onlus italiana che opera da 6 anni a M’Bour. Ho conosciuto la realtà associativa, i volontari e i Talibé con cui ho passato qualche ora di sport insieme.

Talibé in wolof, la lingua parlata prevalentemente in gran parte del Senegal, significa discepolo. I talibé, sono i discepoli delle Darah, scuole coraniche gestite dai Marabout, autorità religiose importantissime nell’Islam senegalese. I talibé sono bambini che sono stati spediti nelle Darah dalle proprie famiglie, poiché troppo numerose per poter dare da mangiare anche a loro. I talibé mendicano in strada per conto del loro Marabout. I talibé spesso non mangiano e se mangiano, non mangiano regolarmente, ma sono costretti a fare la vita delle bestie per sopravvivere. I talibé vengono sfruttati e picchiati dal loro “proprietario” se non raggiungono la cifra stabilita. I talibé se scappano sono costretti a vivere in strada, perché non hanno alternative. I talibé sono trattati disumanamente, vivono in condizioni che vanno contro ogni tipo di diritto umano.

Il problema è complesso, perché questo sistema fa parte del Senegal da sempre, i Marabout e le Darah sono IL Senegal. Dunque, pensare noi western di stravolgere una cultura, perché per noi “è qualcosa di assurdo” è utopico e profondamente sbagliato. Lavorare per fare in modo che i diritti civili e minorili vengano rispettati è sicuramente l’obiettivo, ma sta al Senegal stesso indignarsi e attivarsi per eliminare la mendicità minorile dalle strade.

Ciò che fanno tutti i giorni alla Maison è garantire un pasto caldo ai bambini, accoglierli e offrire loro una doccia, farli giocare e svagare, insegnargli il francese. Questo è quello che si può fare, offrire un’alternativa per quelle ore in cui sono fuori dalla Darah.

Dopo esperienze del genere faccio fatica a rimanere distaccato, in parte ci riesco per sopravvivere ai pensieri, in parte sinceramente sono logorato. Perché nascere e non avere nessuna possibilità in partenza è qualcosa che non riesco ad accettare. Pensare che tutti i bambini avrebbero bisogno, come prima cosa, di amore per crescere in modo sano, mi mette i brividi quando vedo tutto questo. Il diritto all’amore non può essere negato a nessuno. I talibé sono bambini a cui hanno sottratto l’infanzia, bambini fantasma, di cui nessuno si prende cura.”

Francesca Carotenuto

Sono seduta in aeroporto a scartare parole su parole, nel tentativo (inutile) di racchiudere nero su bianco la forza di un’esperienza di per sé inarginabile. Ho passato ore, prima della partenza, a leggere dei bambini talibé, e sono arrivata alla Maison convinta di sapere quasi tutto, ma la loro realtà mi ha travolto come un fiume in piena.

La verità è che fin quando non ti ci immergi, qualsiasi studio o raccolta di informazioni rimane privo di senso. Per capire i talibé è necessario guardarli negli occhi, scrutarne le espressioni e scoprirne i caratteri che la vita di strada ha scolpito su di loro.

La verità è che fin quando non sono i tuoi occhi a vedere un bambino alto poco più di un metro vagare solo, sporco e ferito non te ne puoi realmente rendere conto. Fin quando non vedi che ci sono bambini di quattro, cinque anni che crescono senza conoscere l’amore o il senso di protezione che una casa e una famiglia possono trasmettere, non riesci a realizzarlo.

I talibé trascinano nella loro vita un senso di labilità e di resistenza allo stesso tempo, che è difficile da spiegare. Perché chi dovrebbe amarti incondizionatamente contribuisce a renderti la vita un inferno, e chiunque ti costringa ad una vita del genere ti sta semplicemente rubando l’infanzia, la dignità e la libertà. Ma i talibé sono incredibilmente più forti di tutto questo e distribuiscono sorrisi e allegria a chiunque li circondi.

Ogni singolo giorno ho desiderato togliere di dosso, ad ognuno di loro, il peso di non poter essere un bambino. Un peso che loro riescono a nascondere senza difficoltà, anche quando ti guardano dritti negli occhi, con i loro sguardi fieri, limpidi, speranzosi. E tante volte i miei occhi, meno stanchi di una vita che mi ha dato tanto, troppo, non sono stati in grado di sopportare tale immensità. E mentre io mi svuotavo lentamente per il dispiacere di saperli in questo modo, loro mi hanno riempita di sentimento, attitudini positive e tanta gioia di vivere. È solo grazie a loro se sono tornata a casa con la leggerezza nel cuore e la voglia irrefrenabile di fare tutto ciò che è in mio potere per aiutarli.

Quando sono partita più di qualche scettico si è sentito in dovere di sottolineare che non avrei di certo cambiato il mondo e che piuttosto avrei fatto meglio a farmi una bella vacanza. Tralasciando la pochezza di tali parole, io la consapevolezza di poter fare davvero poco l’ho sempre avuta. Poi però ho conosciuto Valeria e Marco, che mi hanno dimostrato che a volte bastano solo quattro mani (e due cuori grandi, grandi) per poter cambiare la vita di centinaia di persone. E la mia speranza si è riaccesa. Poter aggiungere anche solo un granello di sabbia al loro castello mi ha fatta sentire importante, poter svoltare anche solo una giornata o un’ora di un bambino talibé mi ha fatta sentire viva, entusiasta.

E io il cambiamento del mondo l’ho sempre immaginato così. Un passettino alla volta. Un sorriso alla volta. Cedendo un pezzetto del proprio cuore per farne battere altri cento. Io sono terribilmente idealista ma è stato meraviglioso incontrare qualcuno che lo è ancora più di me e che, straordinariamente, sta trasformando la nostra utopia in un’eccezionale realtà. E chi non vuole impegnarsi a comprendere le ragioni di tali sforzi, che sia per disinteresse o banalmente perché giudicare è mille volte più facile che mettersi in gioco… semplicemente non sa cosa si perde.

Concludo con una delle mie poesie preferite, di Emily Dickinson, che incarna perfettamente l’essenza dell’esperienza travolgente appena conclusa e che auguro vivamente a chiunque stia leggendo queste parole.

“Se io potrò impedire

a un cuore di spezzarsi

non avrò vissuto invano

Se allevierò il dolore di una vita

o guarirò una pena

o aiuterò un pettirosso caduto

a rientrare nel nido

non avrò vissuto invano”

Federica Galvan

“Ieri sera mi sono seduta a tavola, ho visto la tovaglia azzurra, pulita, il cibo fresco e in ordine e ho pianto. Ho pianto perché era la prima volta che mi rendevo conto di quanto bella fosse quella tavola e di quanto sia stato solo un caso nascere nella parte fortunata del mondo.

Ho pensato ai bambini Talibè, che avevo salutato il giorno prima, dopo aver passato con loro due settimane alla Maison Des Enfants. Loro che non hanno avuto la fortuna, o il diritto, a una famiglia. Loro che, se girate per le strade di Mbour, li vedete scalzi che camminano sulla strada bollente, la mattina presto o la sera tardi, che si avvicinano a chiedervi qualche soldo, che dormono sui marciapiedi.

Non sembrano nemmeno dei bambini là fuori, ricoperti di polvere e con i vestiti sporchi e bucati, quando devono badare a se stessi, senza nessuno che pensi a loro.

Arrivano così la mattina presto alla Maison Des Enfants, con la loro scatoletta per raccogliere il riso da portare ai Marabù. Ognuno ha la sua, non la abbandonano mai. A volte ci giocano e il riso si perde un po’ in giro.

Ecco, alla Maison sembrano un po’ più dei bambini: lì giocano a calcetto sotto le piante di mango, colorano gli album con i pastelli, ricevono i tanto attesi palloncini nelle occasioni speciali. Mangiano un panino, possono farsi una doccia e indossare dei vestiti puliti.

A qualcuno piace perfino andare in infermeria. I Talibè hanno i piedini con tante ferite, alcune sono già cicatrici. Non piangono quando l’acqua ossigenata brucia ed escono orgogliosi dei loro bendaggi. I più “fortunati”, perché hanno le ferite più profonde, ottengono perfino un calzino per proteggersi un piede.

Un pizzico di fortuna l’hanno trovato anche loro, incontrando la Maison Des Enfants e tutti i loro sostenitori. Ringraziarvi non sarà mai abbastanza, perché oggi quei bambini hanno uno spazio di cura e una parentesi di infanzia.

Me ne vado con la speranza che tutto ciò cresca sempre di più, per poter dar loro un futuro e non solo un presente. Con la speranza che ogni giorno tutti noi ci ricordiamo di quanto grande sia la fortuna che abbiamo, e di quanto, condividerne un pezzettino possa fare un’enorme differenza per quel mondo che continua laggiù.”

Michela Soddu 

“Da sempre ho nutrito il desiderio di fare un’esperienza di volontariato in Africa con i bambini, un sogno che, purtroppo, non è stato pienamente appoggiato dai miei familiari. Benché comprendessero la bellezza e l’importanza di un gesto del genere, l’ansia legata alla lontananza e la paura delle condizioni del luogo superavano qualsiasi entusiasmo. Tuttavia, il richiamo del mio cuore a dare una mano a chi ne ha bisogno era così forte che ho deciso di seguire il mio istinto e intraprendere questa avventura, nonostante le perplessità e le preoccupazioni di chi mi è più caro.

Dopo aver valutato diverse associazioni, ho scelto la “Maison des enfants”. La decisione è stata influenzata principalmente dal mio primo contatto con Marco, il responsabile dell’associazione, che durante la nostra conversazione mi ha raccontato e descritto il progetto dedicato ai bambini talibé,  per cui l’associazione si impegna, questo mi ha colpito tanto e ha suscitato in me un’immensa curiosità. Inoltre, ho apprezzato la flessibilità offerta dall’associazione che, a differenza di altre organizzazioni, non imponeva dei limiti temporali. Questo significava che potevo partire e rimanere quando e quanto desideravo, rendendo l’esperienza più adattabile alle mie esigenze. 

Appena arrivata, quel mondo completamente diverso mi ha fin da subito colpito e affascinato allo stesso tempo. Tutto intorno a me era così povero e diverso dalla mia realtà quotidiana, eppure così ricco di vita e colori. 

Ma ciò che ha veramente catturato il mio cuore sono stati i bambini che ogni mattina, si presentavano al centro illuminati da sorrisi luminosi e occhi curiosi, nonostante le loro condizioni apparentemente difficili.  Questi bambini fin dalle prime luci dell’alba sono costretti a studiare il corano nelle loro scuole coraniche dove vivono in condizioni igieniche disastrose, privi di cibo e cure sanitarie. Poi, gran parte delle loro giornate le trascorrono per strada, chiedendo l’elemosina, camminando scalzi, sporchi, con un secchiello in mano, e affrontando ogni giorno una moltitudine di pericoli provenienti dal mondo esterno.

Al centro, noi volontari assieme ai dipendenti dell’associazione offrivamo ai bambini la possibilità di emergere dall’oscurità che li circonda, di aprire gli occhi su un mondo diverso e di riscoprire un’infanzia che troppo presto è stata loro sottratta. Non solo fornivamo loro cibo, cure mediche, vestiti puliti e un ambiente sicuro, ma anche la gioia di giocare, di ridere, di essere amati e di sentirsi accolti. Questi aspetti, secondo me, rappresentano l’essenza più importante del nostro lavoro, perché donando loro la possibilità di conoscere un mondo con qualcuno che li ama e si prende cura di loro, offrivamo loro una nuova prospettiva, una speranza per un futuro diverso, e dimostravamo loro che non erano soli, che potevano contare su di noi. Era straziante vedere come questi bambini, già a soli 5 anni, si trovassero a vivere una vita così difficile, costretti a crescere da soli, senza affetto e senza nessuno su cui poter contare. Desidero che questo messaggio arrivi a coloro che credono che il nostro lavoro sia inutile, poiché ritengono che non possiamo cambiare il destino di questi bambini. Ma, nel suo piccolo, ciascuno di noi, oltre a dare loro un sostegno concreto, gli donava la possibilità di essere bambini, di nutrire speranze per il futuro e, soprattutto, di ricevere l’affetto e l’amore che ogni essere umano merita.

Dopo due mesi trascorsi presso il centro, ho avuto la sensazione di essere accolta come parte di una grande famiglia: eravamo tutti giovani che avevamo scelto di allontanarci temporaneamente dalle nostre vite quotidiane e dedicare il proprio tempo per unico obiettivo, operando e collaborando assieme per aiutare i bambini.  Il fatto che i volontari impegnati nel progetto erano tutti dei giovani è stato stimolante e mi ha emozionato profondamente, poiché rifletteva il desiderio della mia generazione di intraprendere esperienze significative per aiutare gli altri.

Voglio ringraziare di cuore i responsabili dell’associazione, Valeria e Marco, che mi hanno concesso l’opportunità di vivere un’esperienza unica e straordinaria. Grazie a loro, ho avuto il privilegio di immergermi in un mondo completamente diverso, di aprire gli occhi su realtà che spesso fuggono alla nostra comprensione, insieme a bambini che, nonostante le loro difficoltà, emanano una forza e una gioia contagiose. Ammiro profondamente Valeria e Marco, per il loro coraggio e la loro dedizione nell’aver costruito, partendo da zero, un progetto così significativo e altruistico: offrendo a questi bambini un rifugio sicuro su cui poter contare.

Desidero esprimere la mia profonda gratitudine a tutti i bimbi che ho avuto il privilegio di conoscere, di aiutare, di giocare e relazionarmi, perché ognuno di loro mi ha trasmesso e insegnato qualcosa e anche se non lo dimostrano direttamente mi hanno donato affetto e stima facendomi sentire il valore del mio impegno nei loro confronti. Siamo noi che cerchiamo di aiutarli, ma sono loro che, con la loro innocenza e autenticità, hanno tanto da insegnarci. Salutarvi è stato un momento difficile ma allo stesso tempo sono grata di avervi conosciuta e orgogliosa di esservi stata d’aiuto. 

A presto, bimbi speciali.  La vostra Michela”